di Marta Miotto

Dal 9 al 14 novembre, Cube Radio sostiene il Festival della Gentilezza arrivato ormai alla terza edizione.

Il Festival, che prevede eventi e incontri organizzati in tutta Italia, si propone di diffondere il valore della gentilezza attraverso gesti, parole e azioni. I temi centrali di questa settimana sono, infatti, la comunità, la sanità, la cultura, la scuola e il benessere.

Oggi a parlare di gentilezza c’è con noi Daniel Lumera, sociobiologo e docente nell’area delle scienze del benessere, della qualità della vita e nella pratica della meditazione. Ideatore del metodo My Life Design, oggi ci presenta il suo nuovo libro Biologia della gentilezza.

All’interno del movimento da te ideato e nel libro Biologia della gentilezza quanto è importante prima di tutto essere gentili verso se stessi?

È fondamentale. Noi siamo partiti dagli studi scientifici che dimostrano l’impatto della gentilezza a livello genetico e precisamente dagli studi della professoressa Immacolata De Vivo, docente di Harvard che per 4 anni ha monitorato un gruppo pilota di donne che praticava la Love and Kindness Meditation.Dopo 4 anni questo gruppo di donne ha presentato effettivamente i telomeri, cioè i cappucci dei nostri cromosomi e biomarcatori della longevità. Nel loro caso erano meglio conservati rispetto alle persone che non praticavano la Love and Kindness meditation. La gentilezza si è trasformata da un concetto morale, etico, sociale e anche esistenziale o spirituale in un imperativo biologico: si sa che le persone gentili vivono di più e si ammalano di meno.

Come sta cambiando il valore della gentilezza con la pandemia? Possiamo parlare di un prima e un dopo? 

Ricordo mio nonno raccontare del dopoguerra quando sottolineava come alla base della ripartenza ci fosse un forte spirito di collaborazione. 

Purtroppo questo è un periodo terribilmente violento dal punto di vista mediatico e politico. Si crea un senso di appartenenza attraverso la creazione di un nemico, colpevolizzando e utilizzando un linguaggio che fa leva sulle emozioni primarie, quali la rabbia, la condanna, la colpa. La gentilezza è il contrario: la sua etimologia viene dalla gens Romana, una famiglia nobile allargata i cui membri di appartenenza avevano precisi doveri di cura e di amore verso il prossimo. Abbiamo bisogno di creare un senso di identità, di consenso e di appartenenza a partire dalla cura dell’altro, non dalla colpevolizzazione, dalla creazione di un nemico, altrimenti la nostra mente continuerà a funzionare in maniera duale. Io credo che la gentilezza sia un imperativo biologico, ma soprattutto una grandissima necessità, perché la pandemia ha evidenziato livelli sempre più raffinati e complessi di interconnessione e interdipendenza tra le persone. Con la pandemia abbiamo compreso come per esempio la salute sia una questione di collettività: se si ammala un’altra persona, la qualità della mia vita e di quella di chi mi sta attorno si abbassa. 

In questo senso, la gentilezza, intesa come valore inclusivo, è capace di creare dei ponti tra le persone. 

In ottica di lavoro aziendale è possibile una collaborazione tra azienda a partire prima di tutto fra un comportamento gentile e rispettoso, quindi al di là del singolo individuo? 

Stiamo facendo uno studio sulla relazione tra gentilezza in azienda e impatto sugli indici predittori della produttività aziendale. La gentilezza ha innanzitutto un impatto sulla qualità della nostra vita a partire dal rapporto intrapersonale, dal rapporto con se stessi, e questo è evidente dai risultati delle neuroscienze. Poi nella costruzione di relazioni sane, felici e durature, una persona gentile è una persona che sa curare la qualità relazionale della vita in generale, nei processi di creatività, di benessere, ma anche nei processi relativi alle abilità cognitive, quindi nella presenza di obiettivi autentici che corrispondano a necessità più profonde. La gentilezza è prima di tutto ascolto e vicinanza con se stessi, è la capacità di ascoltare le proprie vocazioni, i propri bisogni più profondi fino a riconoscerli e poi avere coraggio di seguirli. Anche questa è gentilezza. 

All’interno di un’azienda, la gentilezza crea fiducia, un clima di benessere lavorativo assolutamente superiore e soprattutto insegna a gestire i conflitti, lo stress, le relazioni umane in un altro modo. È una medicina naturale importante anche in tutto il processo lavorativo. 

Ampliando il concetto di gentilezza all’Enciclica Laudato Si’, il tema della gentilezza possiamo considerarlo come un principio cardine, inteso come gentilezza nei confronti dell’ambiente, delle persone, delle ricchezze culturali e del dialogo. Quindi quanto conta la gentilezza oltre che verso se stessi anche verso gli altri?

Dovremmo adottare quattro tipi di medicina naturale come investimento nella nostra salute. Si tratta di quattro atti di gentilezza al giorno: il primo nei confronti di se stessi e consiste nel riuscire ad ascoltarsi profondamente, autenticamente ed essere coerenti con la propria unicità; poi c’è il livello interpersonale che consiste nella costruzione della relazione con l’altro; a seguire c’è la gentilezza verso il mondo animale. Quindi ogni giorno dovremmo compiere una gentilezza verso questi fratelli con cui condividiamo il miracolo della vita, dovremmo sentire e coltivare questa sensazione di empatia, di vicinanza e di fratellanza. Il quarto tipo di gentilezza si rivolge a tutta la natura, cioè anche verso i vegetali e i minerali. Non dovremmo essere gli sfruttatori selvaggi delle risorse di questo pianeta, ma i garanti della bellezza, dell’equilibrio di tutte le forme di vita, visto il nostro livello di evoluzione e di consapevolezza. Mi piace definire la gentilezza come una sorta di integratore alimentare della nostra dieta ecologica. Quando parliamo di ecologia mentale e quindi di eliminazione delle tossine dall’intimità del nostro sentire, la gentilezza è un grande setaccio che serve per ricordarci di amare noi stessi e tutte le creature. C’è quindi una grande affinità con la spiritualità e con la scienza: la gentilezza restituisce alla gente un cuore e alla spiritualità un cervello.

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