«Ognuno ha i suoi valori»? Findlay e l’etica che prova a rispondere di no

Morcelliana pubblica una raccolta di saggi etici di John Niemeyer Findlay, a cura di Michele Marchetto, docente IUSVE. Un libro che può interessare anche chi di filosofia legge poco.

«Ognuno ha i suoi valori». La frase salta fuori quando una discussione si scalda troppo, quando non si vuole giudicare qualcuno, o semplicemente quando si ha voglia di chiudere lì. Sembra una frase gentile, quasi di buon senso. Però dentro c’è una presa di posizione filosofica bella e buona: l’idea che i valori siano affari personali, legati ai gusti, alle emozioni, alla biografia di ciascuno. Nella sua riflessione etica Findlay ha sostenuto una tesi molto diversa.

A molti di noi il suo nome dirà poco. Eppure Findlay, morto nel 1987 dopo aver insegnato a Yale e a Boston, era un filosofo conosciuto a livello internazionale. In Italia però è stato tradotto relativamente poco e oggi è un autore non molto frequentato. Il prof. Michele Marchetto, che insegna Filosofia della persona all’Istituto Universitario Salesiano di Venezia (IUSVE), sta provando a recuperare il ritardo. Nel 2024 aveva curato “La teoria dell’Assoluto. Tre conferenze”; adesso, sempre per Morcelliana, esce “Etica dei valori e dei fini ultimi, in libreria dal 21 agosto”. Sono saggi scritti tra il 1957 e il 1982, e girano tutti intorno alla stessa domanda: i valori valgono per tutti o solo per chi ci crede?

Per Findlay i valori non si riducono alle preferenze individuali: la coscienza può muovere da fini personali e contingenti verso fini sempre più impersonali e universali. Messa così potrebbe sembrare la solita morale calata dall’alto, ma lui va da un’altra parte. Non si tratta di trovare nella coscienza un catalogo di valori già pronto, quanto di riconoscere una dinamica che può portare oltre il punto di vista individuale. Ed è proprio da lì che può nascere un «noi» che non impone regole a nessuno, perché quelle regole le riconosce come radicate nel modo in cui pensiamo e sentiamo.

Per arrivarci, Findlay discute con alcuni pesi massimi dell’etica novecentesca. Si smarca da George Edward Moore, considerato il padre della metaetica analitica, e dall’etica del dovere di impronta kantiana. Non risparmia nemmeno Max Scheler e Nicolai Hartmann, che pure mettevano i valori al centro come lui, ma credevano di poterli afferrare per intuizione. La sua è un’etica dei fini. Partiamo da obiettivi nostri, legati alla situazione in cui ci troviamo, e piano piano veniamo portati verso fini più larghi, impersonali, che riguardano tutti.

Cosa ci porta in quella direzione è forse la parte più interessante del libro. Findlay riprende due austriaci, Franz Brentano e Alexius Meinong, e sostiene che la coscienza tende da sé a uscire dal punto di vista individuale. Quando conosciamo qualcosa, ma anche quando proviamo un’emozione, siamo sempre rivolti verso qualcosa: è il tema dell’intenzionalità della coscienza. Findlay vede in questa apertura la possibilità di oltrepassare progressivamente il punto di vista individuale e di orientarsi verso fini più impersonali. Senza questa spinta, secondo lui, non avremmo proprio esperienza cosciente. L’universalità dei valori non ci viene imposta da fuori: sta nel funzionamento stesso della mente.

Non è detto che convinca tutti, e la discussione su questi temi è tutt’altro che chiusa. Il libro ha comunque un merito: affronta di petto due atteggiamenti molto diffusi, l’individualismo che riduce i valori a stati d’animo e il relativismo che li mette tutti sullo stesso piano, e lo fa con argomenti solidi, senza prediche.

Chi studia filosofia, pedagogia o scienze dell’educazione ha l’occasione di scoprire un autore non così popolare. E magari, la prossima volta che starà per dire «ognuno ha i suoi valori», ci penserà un attimo prima.