Che ruolo gioca la musica nelle nostre vite? È solo un passatempo da ascoltare in cuffia tra una lezione e l’altra, o c’è di più? Durante il recente seminario “Ruolo della musica nell’innamoramento: generazioni a confronto”, un team d’eccezione composto dal prof. Marco Ballico (psicoterapeuta e docente), dalla dott.ssa Giovanna Borsetto (psicoanalista) e dal dott. Umberto Colbacchini (musicoterapeuta) ha guidato il pubblico in un affascinante viaggio interdisciplinare. L’obiettivo? Esplorare il filo rosso che lega gli aspetti emotivi, cognitivi e relazionali all’interno dell’esperienza musicale.
Ecco i punti salienti emersi da questo incontro, che invitano a riascoltare le nostre playlist con orecchie e mente diverse.
Il cervello musicale: molto più che semplice intrattenimento
Fin dall’alba dei tempi, la musica ha esercitato un potente ruolo sciamanico, rituale e aggregativo. Ma cosa succede nel nostro cervello quando premiamo “play”?
Secondo le neuroscienze, la musica attiva le stesse aree cerebrali e gli stessi neurotrasmettitori coinvolti nei bisogni primari dell’essere umano, come fame, sete e sessualità.
Ascoltare un brano che ci piace stimola il rilascio di dopamina e serotonina, gli ormoni del benessere, e riduce il cortisolo, associato allo stress. Il ritmo attiva l’area senso-motoria e il cervelletto, mentre armonia e melodia coinvolgono amigdala e ippocampo, centri fondamentali dell’elaborazione emotiva.
Inoltre, grazie al sistema dei neuroni specchio, la musica favorisce l’empatia, permettendoci di entrare in risonanza con gli altri e con le loro emozioni.
L’evoluzione della canzone: l’impoverimento del linguaggio
Uno dei temi più stimolanti affrontati durante il seminario riguarda l’evoluzione della musica italiana. Dagli anni Sessanta e Settanta, caratterizzati da una forte complessità armonica e testuale grazie al cantautorato e al rock progressive, si è progressivamente passati a una marcata semplificazione delle strutture musicali e narrative. Oggi le logiche commerciali delle piattaforme digitali, come TikTok, privilegiano brani sempre più brevi, spesso inferiori ai due minuti, nei quali la voce deve comparire entro pochi secondi per evitare che l’ascoltatore passi rapidamente ad altro.
Secondo il prof. Marco Ballico, questa semplificazione musicale procede parallelamente a un più ampio impoverimento linguistico. Pur disponendo di oltre 150.000 lessemi, l’italiano quotidiano si limita spesso a poche migliaia di parole. «Se noi presentiamo i nostri pensieri attraverso la lingua e utilizziamo sempre meno parole, il nostro pensiero si asciugherà», ha osservato Ballico. La musica, infatti, offre un vocabolario emotivo attraverso cui comprendere e descrivere ciò che proviamo. Quando questo vocabolario si restringe, si riduce anche la nostra capacità di elaborare e comunicare sentimenti complessi.
L’adolescenza e la musica come contenitore psichico
La dott.ssa Giovanna Borsetto ha approfondito il ruolo centrale della musica durante l’adolescenza, fase della vita caratterizzata da emozioni intense e spesso difficili da nominare: innamoramento, desiderio, ricerca di identità, senso di appartenenza. In questo contesto la musica agisce come un vero e proprio “contenitore psichico”, uno spazio simbolico in cui emozioni ancora confuse possono trovare forma, significato e rappresentazione.
Anche il frequente ascolto ripetitivo di uno stesso brano svolge una funzione importante: contribuisce a ridurre l’ansia e a organizzare vissuti interiori ancora frammentati. Tuttavia, il modo in cui i giovani vivono la musica è profondamente cambiato. Se un tempo l’appartenenza a un genere musicale contribuiva alla costruzione di un’identità collettiva e di gruppo, oggi l’ascolto è spesso più individuale e mediato da playlist generate algoritmicamente, vissuto in spazi privati e meno condivisi.
Trap, rabbia e la fatica di crescere
Un momento particolarmente significativo del confronto ha riguardato l’analisi dei testi della musica trap contemporanea. Mettendo a confronto i brani odierni con canzoni del passato, come Quando finisce un amore di Riccardo Cocciante, i relatori hanno evidenziato come molte produzioni contemporanee tendano a sostituire la narrazione del dolore, della perdita e della vulnerabilità con rappresentazioni di controllo, disponibilità sessuale, possesso e aggressività.
Secondo i relatori, la musica attuale spesso non svolge più quella funzione di trasformazione e rielaborazione emotiva che la psicoanalisi definisce “funzione alfa”. Piuttosto, diventa uno strumento attraverso cui rabbia e frustrazione vengono espresse in modo immediato, senza mediazione simbolica. Ciò non significa demonizzare questi linguaggi musicali. Al contrario, essi possono essere letti come il sintomo di un disagio più profondo.
I testi trap raccontano spesso la difficoltà delle nuove generazioni nel costruire una propria autonomia e nel separarsi dal mondo familiare. In una società che offre sempre meno riti di passaggio e in cui il controllo genitoriale può estendersi fino alla geolocalizzazione costante tramite smartphone, il linguaggio provocatorio e aggressivo può rappresentare un tentativo di affermare una distanza e una differenziazione necessarie alla crescita.
Conclusione: l’amore è trattare le differenze
Il seminario si è concluso con una riflessione sul significato dell’amore adulto. Se durante l’adolescenza l’innamoramento nasce spesso dal riconoscimento delle somiglianze e dalla proiezione di sé nell’altro, la maturità richiede una competenza più complessa: la capacità di “trattare le differenze”. Amare significa accettare che l’altro sia diverso da noi, riconoscerne l’autonomia e tollerare la vulnerabilità che ogni relazione autentica comporta, compresa la possibilità della perdita.
In definitiva, “La risonanza dell’essere” ha ricordato come la musica non sia soltanto un sottofondo delle nostre giornate, ma uno specchio delle relazioni umane e della società contemporanea. Un linguaggio capace di raccontare chi siamo, come ci sentiamo e quale forma stiamo dando al nostro mondo interiore.
Redazione AI enhanced, foto: Lisa Avanzi