Ci sono concerti che si recensiscono con la scaletta alla mano, contando i bis e cronometrando gli applausi, e poi c’è quello che è andato in scena il 9 luglio allo Stadio Euganeo di Padova, dove per la seconda sera consecutiva quarantamila persone hanno smesso di essere un semplice pubblico per diventare, per due ore, una grande famiglia allargata che sembrava aver frequentato lo stesso liceo immaginario negli anni Novanta.
Max Pezzali ha chiuso la sua doppietta padovana confermando quello che ormai è un dato di fatto difficile da liquidare come semplice moda: il suo repertorio non invecchia, si tramanda, e lo fa con un’energia contagiosa che si respirava fin dai cancelli. La scaletta, quasi identica a quella della sera precedente, è un catalogo di certezze che funziona alla perfezione: si parte sotto l’insegna “FestivalMax”, omaggio dichiarato al Festivalbar, con Amadeus a fare da apripista e da garante di un’operazione nostalgia che potrebbe risultare stucchevole e che invece conquista tutti proprio perché non si prende mai troppo sul serio. Walkman, Game Boy, cubo di Rubik, lire che piovono dall’alto: sono oggetti di scena, certo, ma soprattutto sono il modo in cui Pezzali dice al pubblico “sono ancora qui, e voi con me”, in un dialogo perfino letterale quando il Max di oggi si confronta sul palco con un giovane Max di ieri, in uno dei momenti più riusciti e divertenti dello show.
Musicalmente la voce non è più quella di trent’anni fa, qualche affanno nei brani più ritmati si sente, ma è un dettaglio che il pubblico perdona con affetto, perché quello che chiede a Pezzali non è la perfezione vocale, bensì la colonna sonora della propria vita che torna a suonare dal vivo, viva e vera come la si ricordava. L’afa della pianura patavina si è fatta sentire, soprattutto nella prima ora e mezza di spettacolo senza interruzioni, ma è proprio nella pausa a metà concerto, con la “Dance Cam” e la “Single Cam” a movimentare gli schermi, che si percepisce quanto Pezzali abbia costruito uno show pensato non solo per essere ascoltato ma per essere vissuto insieme, con il telefono in mano e gli occhi puntati sul maxischermo: un meccanismo collaudato, quasi televisivo, che però non sembra mai calcolato a freddo, ma semplicemente una festa tra amici che si è fatta troppo grande per stare in un salotto ed è finita per riempire uno stadio, con un’organizzazione impeccabile capace di gestire flussi, sicurezza e afflusso di decine di migliaia di persone senza il minimo intoppo.
Se c’è un dato che colpisce più di ogni singolo brano, è chi c’è in platea: non ci sono più solo i quarantenni cresciuti a pane e 883, ma genitori con i figli, ventenni che quelle canzoni le hanno scoperte su TikTok, gruppi di amiche vestite a festa e coppie che si tengono per mano dall’inizio alla fine, a conferma di un fenomeno che va oltre la semplice operazione revival: Pezzali è diventato, senza troppo clamore, un autore che attraversa le generazioni e le unisce sotto lo stesso cielo.
Ma la serata verrà ricordata, più che per una singola canzone, per un gesto: durante uno dei momenti più intimi del concerto, con le luci dei cellulari accese a comporre un cielo artificiale sopra i cancelli dell’Euganeo, le telecamere hanno inquadrato una coppia tra le prime file, e non è stata una gag studiata a tavolino né un annuncio dal palco, solo un ragazzo inginocchiato e una ragazza che si porta le mani al viso mentre attorno a lei quarantamila persone trattengono il fiato per qualche secondo; il “sì”, quando arriva, si legge più dal sorriso che dalle parole, travolte dal boato che si alza dagli spalti, ed è in quel momento che si capisce fino in fondo cosa sia diventato oggi un concerto di Max Pezzali: non solo un catalogo di successi da cantare a squarciagola, ma uno spazio emotivo condiviso, dove la nostalgia collettiva si mescola alla vita reale di chi è lì, e dove basta un gesto privato, amplificato per caso da uno schermo gigante, per commuovere un intero stadio all’unisono. o.
Marco Sanavio