La Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia del 2025 sarà ricordata come un’edizione sospesa tra la delicatezza dei rapporti umani e la violenza della cronaca. Dal 27 agosto al 6 settembre, il Lido ha ospitato l’82ª edizione della manifestazione diretta da Alberto Barbera, con ventuno film in concorso e una selezione capace di riunire grandi maestri, registi emergenti, produzioni hollywoodiane e cinematografie provenienti da ogni parte del mondo.
Ad aprire la Mostra è stato La Grazia di Paolo Sorrentino, presentato in anteprima mondiale. Il film, interpretato da Toni Servillo e Anna Ferzetti, racconta gli ultimi mesi del mandato di un immaginario Presidente della Repubblica chiamato a pronunciarsi su due delicate domande di grazia. Una storia sul potere, sulla responsabilità e sul dubbio morale che ha trovato proprio in Servillo uno dei suoi elementi più convincenti. L’attore napoletano ha infatti conquistato la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile.
Il Leone d’Oro è andato a Father Mother Sister Brother di Jim Jarmusch. Articolato in tre episodi dedicati ai rapporti tra genitori e figli, il film propone un cinema apparentemente dimesso, costruito sui silenzi, sulle distanze affettive e sulle parole che le famiglie non riescono a pronunciare. La scelta della giuria presieduta da Alexander Payne ha premiato un’opera intima e ironica, affidata, tra gli altri, ad Adam Driver, Cate Blanchett e Vicky Krieps. È stata una vittoria in parte inattesa, soprattutto di fronte alla forza emotiva e politica di altri titoli in concorso.
Il film che più di ogni altro ha segnato il clima della Mostra è stato infatti The Voice of Hind Rajab della regista tunisina Kaouther Ben Hania, premiato con il Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria. Attraverso le registrazioni delle richieste di aiuto della bambina palestinese Hind Rajab e la ricostruzione del lavoro degli operatori della Mezzaluna Rossa, il film ha portato sullo schermo la tragedia della popolazione civile di Gaza. La proiezione è stata accolta da una lunghissima ovazione e ha trasformato il Lido in uno spazio di confronto sulla guerra, sulla responsabilità dell’arte e sulla possibilità del cinema di testimoniare il dolore contemporaneo.
La questione palestinese ha attraversato l’intera manifestazione. Appelli, interventi pubblici e una partecipata manifestazione contro la guerra hanno affiancato il consueto susseguirsi di première e red carpet. Venezia ha così mostrato ancora una volta la propria doppia natura: grande vetrina internazionale dello spettacolo e luogo nel quale le tensioni politiche e sociali del presente entrano inevitabilmente nelle sale cinematografiche.
Tra gli altri riconoscimenti principali, Benny Safdie ha ottenuto il Leone d’Argento per la regia con The Smashing Machine, dedicato alla figura del lottatore Mark Kerr. La Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile è stata assegnata all’attrice cinese Xin Zhilei per The Sun Rises on Us All di Cai Shangjun. Valérie Donzelli e Gilles Marchand hanno ricevuto il premio per la sceneggiatura di À pied d’œuvre, mentre il Premio speciale della giuria è andato a Gianfranco Rosi per Sotto le nuvole, racconto documentario di Napoli e del territorio vesuviano. Luna Wedler è stata infine premiata come migliore giovane interprete per Silent Friend di Ildikó Enyedi.
Proprio Silent Friend, costruito intorno alla vita di un albero e al rapporto tra esseri umani, memoria e natura, ha conquistato anche il premio della critica internazionale Fipresci. Nella sezione Orizzonti si è imposto invece En el camino del messicano David Pablos. L’India ha ottenuto un importante riconoscimento con il premio alla regia assegnato ad Anuparna Roy per Songs of Forgotten Trees, mentre gli italiani Benedetta Porcaroli e Giacomo Covi sono stati premiati per le loro interpretazioni in Il rapimento di Arabella e Un anno di scuola.
Il programma ha confermato la capacità di Venezia di far convivere cinema d’autore e produzioni destinate al grande pubblico. Accanto ai film premiati sono arrivati al Lido Frankenstein di Guillermo del Toro, A House of Dynamite di Kathryn Bigelow, No Other Choice di Park Chan-wook, Bugonia di Yorgos Lanthimos, Jay Kelly di Noah Baumbach e Il mago del Cremlino di Olivier Assayas. Opere molto diverse, accomunate dall’interesse per il potere, la violenza, l’identità, il lavoro e le paure collettive.
L’edizione ha inoltre celebrato due figure fondamentali della storia del cinema. I Leoni d’Oro alla carriera sono stati assegnati a Werner Herzog, autore visionario e instancabile esploratore dei limiti umani, e a Kim Novak, icona della Hollywood classica e protagonista indimenticabile di La donna che visse due volte di Alfred Hitchcock. Due riconoscimenti che hanno ribadito l’importanza della memoria cinematografica all’interno di una manifestazione costantemente proiettata verso il futuro.
Venezia 82 si è quindi conclusa con un verdetto capace di tenere insieme due differenti idee di cinema: da una parte la discrezione poetica di Jarmusch, dall’altra l’urgenza testimoniale di Kaouther Ben Hania. Tra glamour, impegno civile e ricerca artistica, la Mostra del 2025 ha ricordato che il cinema può ancora essere contemporaneamente spettacolo, memoria e strumento per interrogare la realtà.
Marco Sanavio – direttore Cube Radio
Photo Gaia Callegaro